Quando la politica uccide 

di David B. Kopel. Paul Gallant e Joanne Eisen,

"La diffusione di armamenti illeciti e di armi leggere è una minaccia globale alla sicurezza e ai diritti umani", sostiene il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Ma sarebbe molto più giusto dire: "La politica di disarmo delle Nazioni Unite è una minaccia globale alla sicurezza e ai diritti umani". E' stata la letale politica dell'ONU ad essere direttamente responsabile della scomparsa di migliaia di innocenti a Srebrenica nel 1995.

L'ex presidente della Iugoslavia Slobodan Milosevic è stato accusato di genocidio e crimini contro l'umanità di fronte al Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Iugoslavia (ICTY) all'Aia, per aver orchestrato una feroce campagna di pulizia etnica che includeva i massacri di Srebrenica. Il processo, iniziato il 12 febbraio del 2002 e che potrebbe durare due anni o di più, è stato pubblicizzato dalla Reuters come "il più grande processo internazionale per crimini di guerra in Europa da quando gli accoliti di Hitler furono processati a Norimberga". Milosevic, il primo capo di stato ad affrontare accuse per crimini di guerra, è di fronte alla pena massima della prigione a vita (il tribunale non ammette la pena di morte).

Si stima in circa 200.000 morti e un milione di rifugiati il sacrificio umano in Bosnia. Lo sterminio include anche l'eccidio di Srebrenica nel 1995 - la peggior atrocità commessa in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Il massacro di più di 7.500 uomini e giovani a Srebrenica ha racimolato l'attenzione mondiale dopo che il generale serbo-bosniaco Radislav Krstic - il comandante di grado superiore accusato di genocidio - fu trovato colpevole dall'ICTY il 2 agosto del 2001. Come ha spiegato la CNN, "Krstic ha pianificato e guidato una spedizione violenta della durata di una settimana nel luglio del 1995 a Srebrenica nella Bosnia orientale, in quella che l'ONU aveva dichiarato essere "zona sicura", dove ai musulmani era stata garantita protezione dai soldati delle Nazioni Unite". Krstic è stato condannato a 46 anni di prigione. (sebbene i termini "area protetta", "zona d'interdizione" e "zona protetta" vengano spesso usati indistintamente, esistono delle differenze giuridiche fra di loro; Srebrenica doveva essere un' "area protetta")

Buona parte delle accuse per Srebrenica è stata indirizzata al governo olandese e agli impreparati soldati di pace olandesi, come dimostrato dettagliatamente in un rapporto dell'aprile 2002 del Netherlands Institute for War Documentation. Il primo ministro olandese Wim Kok - e il suo gabinetto - rassegnarono le dimissioni nella vergogna una settimana dopo.

Posizionata vicino al confine orientale della Bosnia-Erzegovina, la città delle miniere d'argento di Srebrenica faceva una volta parte della Repubblica di Iugoslavia. Creata dal Trattato di Versailles del 1919 e, fino a che il paese non si disgregò nel 1991, essa era la più grande nazione della Penisola Balcanica, approssimativamente estesa quanto lo stato della Virginia.

La Iugoslavia divenne una dittatura comunista nel 1945 per mano del Maresciallo Tito. Quando Tito scomparve nel 1980, i successori temevano una guerra civile, così venne istituito un sistema caratterizzato dalla rotazione annuale delle cariche. Ma il nuovo governo sprofondò e, nel 1989, il presidente serbo Slobodan Milosevic ricominciò ad imporre la supremazia Serba e comunista. La Slovenia e la Croazia dichiararono l'indipendenza nel giugno del 1991.

La Slovenia respinse l'esercito iugoslavo in dieci giorni, ma i combattimenti in Croazia continuarono fino a dicembre, con il governo iugoslavo che conservava il controllo di circa un terzo della Croazia. Nel bel mezzo del conflitto croato-iugoslavo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 713, che richiedeva "un generale e completo embargo a tutte le spedizioni di armi ed equipaggiamento militare alla Iugoslavia" (ovvero ciò che rimaneva della Iugoslavia, più Croazia e Slovenia). Sebbene si creda che normalmente le nazioni sovrane acquistino e possiedano armi, la Risoluzione 713 ridefiniva queste armi come "illecite" agli occhi delle Nazioni Unite.

Era universalmente riconosciuto che i serbi avevano il controllo della maggior parte dell'arsenale dell'esercito iugoslavo e che l'embargo li avrebbe lasciati in una posizione di superiorità militare. Al contrario, anche se l'embargo veniva regolarmente violato, esso indebolì le forze non-serbe. Le Nazioni Unite avevano, di fatto, privato questi paesi del diritto all'autodifesa, un diritto garantito dall'articolo 51 della Carta ONU.

La Macedonia aveva proclamato la secessione dalla Iugoslavia in modo pacifico nel 1992, ma la secessione della Bosnia-Erzegovina portò rapidamente a una guerra civile trilaterale tra Bosniaci musulmani (i Bosniaci), Serbi (Ortodossi) e Croati (Cattolici). I serbo-bosniaci ricevettero sostanziosi aiuti militari da quel che rimaneva della vecchia Iugoslavia (Serbia e Montenegro, sotto il controllo di Milosevic).

La Risoluzione 713 del Consiglio di Sicurezza ebbe l'effetto di rendere illegale per il nuovo governo bosniaco l'acquisto di armi per difendersi dall'aggressione iugoslava.

Le Nazioni Unite fecero sapere ai bosniaci musulmani che essi non avevano affatto bisogno di armi; piuttosto, avrebbero avuto accesso immediato ai più alti gradi di comando delle forze di "peacekeeping" dell'ONU e della NATO. Come osservato nei documenti delle Nazioni Unite, il presidente della Bosnia-Erzegovina Izetbegovic "era a favore della proposta UNPROFOR [Forze di protezione delle Nazioni Unite] che, come comprese, significava che i bosniaci avrebbero consegnato le loro armi all'UNPROFOR in cambio della protezione fornita da quest'ultime".

Ma i bosniaci sovvertirono l'embargo sulle armi dell'ONU, importandole dai paesi arabi mentre gli Stati Uniti chiusero un occhio. Allo stesso tempo, provarono a recitare la parte dei buoni, basandosi sulla teoria che, a lungo andare, essi avrebbero controllato un territorio più ampio essendo la parte che aveva rispettato gli ordini delle Nazioni Unite. Fino al 1995, i bosniaci non raggiunsero la parità bellica coi serbi - e fu proprio la prospettiva della parità incombente che convinse i serbi a muovere una grande offensiva finale, per acquisire quanto più territorio possibile prima di perdere del tutto il vantaggio militare. Srebrenica fu il risultato dell'assalto finale serbo.

L'altra scelta politica che si dimostrò disastrosa fu la creazione di "aree protette" in conformità alla Risoluzione 819, adottata dal Consiglio di Sicurezza nell'Aprile 1993. Le "aree protette" erano "zone, preferibilmente prive di scontri, dove ai rifugiati può essere garantito un "ragionevole grado di sicurezza" dalle truppe di peacekeeping". Il concetto di "area protetta", tuttavia, era una fantasia pacifista, che aveva ben poco a che fare con la realtà. Neppure i soldati delle Nazioni Unite erano sicuri; non riuscirono neppure a proteggere loro stessi, abbandonando i civili alla loro sorte. Infatti, furono presi in ostaggio, incidentalmente, senza opporre resistenza - in alcuni casi, centinaia per volta. Questi ostaggi ONU sarebbero poi stati usati dai serbi per dissuadere le Nazioni Unite e la NATO dall'intraprendere azioni più aggressive.

Mentre le truppe di pace ONU avevano raccolto alcuni degli armamenti dei bosniaci musulmani, questi conservarono le migliori. Con queste armi, attaccarono i villaggi e i civili serbo-bosniaci, tornando in seguito alle "aree protette". Ogni raid successivo fece infuriare sempre più i serbo-bosniaci. Le Nazioni Unite erano a conoscenza di questi raid e del fatto che i bosniaci-musulmani si erano appropriati di alcuni armamenti, ma non fecero nulla per garantire la sicurezza dei civili serbi.

Verso l'estate del 1995, la popolazione di Srebrenica, definita area sicura, si era dilatata con l'arrivo dei rifugiati. Dall'inizio del massacro, era un'isola di musulmani nel territorio serbo-bosniaco - un'isola che le Nazioni Unite avevano giurato di proteggere.

Ma l'ONU non onorerà la sua promessa. Come ha riportato la BBC: "Un ex comandante delle Nazioni Unite in Bosnia ha riferito ad un'inchiesta parlamentare olandese sul massacro di Srebrenica che era chiaro che le autorità olandesi non avrebbero mai sacrificato i loro soldati per l'enclave".

E, infatti, l'11 luglio del 1995 le forze serbo-bosniache entrarono a Srebrenica senza che le truppe musulmane o dell'ONU mostrassero resistenza; non venne sparato nemmeno un colpo (il generale bosniaco a Srebrenica era stato recentemente richiamato dal suo governo, lasciando le forze musulmane senza comandante). Seguirono la pulizia etnica e il genocidio. Gli uomini e i ragazzi vennero separati dalle donne, quindi deportati e fucilati.

Consapevoli che rimanere nell' "area protetta" dell'ONU avrebbe significato la morte sicura, tra i 10.000 e i 15.000 uomini bosniaci fuggirono nelle foreste circostanti, dirigendosi verso la città bosniaca di Tuzla. Solo 3.000 o 4.000 di loro erano armati, la maggior parte con fucili da caccia; questi furono coloro che sopravvissero ai sei giorni di quella che venne ribattezzata "Maratona della morte". E il resto? Laura Silber e Allan Little, nel loro libro Iugoslavia: Death of a nation, descrivono così il massacro nella foresta:

 

"Alcuni furono uccisi dopo essersi arresi, credendo che le Nazioni Unite li avrebbero protetti.....I soldati serbi, alcuni vestiti come "peacekeepers" alla guida di veicoli bianchi dell'ONU, rubati, avrebbero garantito la sicurezza dei musulmani. Invece gli avrebbero sparato".

 

Più di 7.500 uomini e giovani furono uccisi in questo modo.

Tre mesi dopo il massacro di Srebrenica - con una velocità fulminea per le Nazioni Unite - il Consiglio di Sicurezza revocò all'unanimità l'embargo delle armi per le nazioni dell'ex Iugoslavia.

La Convenzione ONU sul genocidio, adottata nel 1948, definisce la "complicità nel genocidio" come un atto punibile. Si potrebbe convintamente sostenere che il tentativo mirato di disarmo da parte delle Nazioni Unite prima del massacro di Srebrenica rientri nella definizione di complicità: "l'essere complice di altri in un'azione criminosa o colpevole" (American College Dictionary, Random House, ediz.1967; Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, De Mauro, Paravia, ediz. 2000). Sebbene non legalmente complice, l'ONU ha innegabilmente finito per essere un elemento di agevolazione del genocidio.

Le Nazioni Unite non possono rivendicare di non essere state a conoscenza delle intenzioni serbe. Prima di Srebrenica, la comunità internazionale era già a conoscenza di altri omicidi di massa perpetrati dai serbi contro i bosniaci tra il 1991 e il 1994. Uno dei più estesi ebbe luogo nell'aprile del 1992 nella città di Bratunac, poco al di fuori di Srebrenica. Approssimativamente 350 bosniaci furono torturati e uccisi dalla polizia speciale e dai paramilitari serbi.

Poichè le Nazioni Unite erano perfettamente consapevoli dei piani di Milosevic per una "Grande Serbia" (che incorporava parte della Bosnia), e poichè sapevano delle disparità militari fra Milosevic e le sue vittime, le Nazioni Unite avevano la responsabilità di proteggere i musulmani; se non potevano farlo, avevano almeno il dovere di ritirare immediatamente l'embargo delle armi e permettere ai musulmani di difendersi.

L'ONU non può nemmeno affermare di non aver saputo quel che successe quando le vittime furono lasciate ai loro oppressori. Lo scenario di Srebrenica ricorda il genocidio del 1994 in Ruanda, quando tutte le promesse di proteggere i civili ruandesi caddero nel vuoto. Anche allora il personale ONU sapeva che le vittime erano state precedentemente disarmate - in questo caso, da alcune leggi approvate fra il 1964 e il 1979. All'inizio del genocidio, migliaia di civili ruandesi si raccolsero nelle aree in cui stazionavano le truppe ONU, pensando che sarebbero stati protetti.

Non lo furono. Se i ruandesi avessero saputo che i soldati delle Nazioni Unite si sarebbero ritirati, sarebbero scappati e alcuni avrebbero potuto salvarsi. "Il modo in cui se ne andarono le truppe, inclusi i tentativi di ingannare i rifugiati facendo loro credere che esse non stavano partendo, fu vergognoso", ha ammesso più tardi un rapporto indipendente.

In poche parole, le Nazioni Unite erano pienamente a conoscenza della propensione di Milosevic alla pulizia etnica, e avevano tutte le ragioni di credere che le sue azioni avrebbero creato una situazione destinata a sfociare nel genocidio. Le atrocità di Srebrenica non sarebbero state perpetrate su così larga scala se l'ONU non avesse prima allestito un'enclave di vittime, la maggior parte delle quali disarmate.

Radislav Krstic è già stato condannato al carcere, e il processo di Milosevic sta procedendo all'Aia - tuttavia, le alte sfere politiche delle Nazioni Unite non hanno fatto i conti con le loro responsabilità nella tragedia. Kofi Annan, che in quel periodo ricopriva la carica di sottosegretario generale per le operazioni di pace, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace il 10 dicembre 2001. Egualmente illeso è Boutros Boutros-Ghali, segretario generale ai tempi dell'eccidio di Srebrenica.

Nel 1998, tre anni dopo il massacro, Kofi Annan chiese scusa:

"Le Nazioni Unite....non sono state capaci di fare la loro parte per salvare la gente di Srebrenica dalla campagna di sterminio. Fondamentalmente, l'unica significativa e duratura ammenda che possiamo fare nei confronti dei cittadini della Bosnia-Erzegovina che ripongono fiducia nella comunità internazionale è di fare il massimo affinchè non si ripetano tali atrocità. Quando la comunità internazionale promette solennemente di salvaguardare e proteggere gli innocenti dal massacro, dev'essere disposta a mantenere la sua promessa coi mezzi necessari. In caso contrario, è certamente più saggio in primo luogo non alimentare speranze ed aspettative, e non impedire loro di ricorrere a qualsiasi mezzo di cui essi dispongono per difendersi".

Alcuni mesi dopo questo spettacolo di contrizione, Kofi Annan e le Nazioni Unite erano di nuovo al lavoro per impedire alle future vittime di genocidi di difendersi. Questa volta, le vittime erano gli abitanti di Timor Est. Disarmati perchè le loro armi erano state sequestrate per ordine delle Nazioni Unite, i timoresi furono attaccati dall'esercito indonesiano.

La frode della "protezione" ONU è stata nuovamente messa in evidenza nel maggio 2000. Come spiega Dennis Jett nel suo Why peacekeeping fails, la Sierra Leone "fu sul punto di diventare la più grande debacle fra le missioni di peacekeeping dell'ONU", quando 500 soldati furono presi in ostaggio dal Fronte Rivoluzionario Unito (RUF). Il RUF è stato descritto da Human Rights Watch come un "feroce gruppo di criminali", che "sfruttava le ricche zone diamantifere del paese e terrorizzava la popolazione con atrocità contrassegnate dal taglio delle braccia e delle mani di uomini, donne e spesso bambini".

Prosegue Jett: "le truppe del RUF erano indescrivibilmente brutali verso i civili, ma non avrebbero resistito ad una risoluta opposizione militare. Tuttavia, i contingenti ONU, con poche eccezioni, consegnarono gli armamenti, compresi i mezzi blindati, e si lasciarono catturare docilmente".

E' difficile trovare un'organizzazione la cui opera abbia facilitato l'omicidio di massa governativo, in vari luoghi del mondo, più di quanto sia riuscito a fare l'ONU nell'ultimo decennio. E l'attuale campagna mondiale per il disarmo dei popoli suggerisce che i genocidi dei decenni precedenti si ripeteranno in molti altri paesi negli anni a venire.

Un'e-mail di uno dei nostri lettori racchiude le aberranti conseguenze del programma ONU di disarmo degli attori non-statali:

"Nel 1999 trascorsi un anno in una missione di pace in Bosnia. Fui assegnato all'ex area "protetta" di Gorazde. Ho appreso molte cose sulla guerra e su come i civili furono massacrati. Un giorno stavamo discutendo di armi e del diritto dei privati a possederle. In risposta alla dichiarazione che le Nazioni Unite credono che solo la polizia e i militari dovrebbero avere armi da fuoco, un bosniaco chiese in modo irritato: "Chi pensate abbia sterminato tutti?"

 

National Review Online, 27 giugno 2003

http://www.nationalreview.com/kopel/kopel012703.asp


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